MutaMorphosis: alcuni punti di vista

MutaMorphosis: questi tre giorni di “full immersion” sono stati faticosi ma davvero interessanti. La sensazione immediata e stata quella di trovarsi al centro, nel nucleo della riflessione contemporanea: Challengings arts and sciences, questo il sottotitolo, ma di sottotitoli in realtà se ne sono potuti individuare parecchi, tutti pregnanti e interconnessi. Le sessioni plenarie si susseguivano alle singole conferenze, tutte di alto livello, tutte molto convincenti.

Questo “centro gravitazionale” ha attratto persone che sono giunte da varie latitudini per portare la propria esperienza e confrontarla. Ma anche per comprendere, conoscere, sentirsi parte di un “tutto interattivo” dove la dimensione dello scambio si fonde con la necessità di abbattere dicotomie ereditate da secoli di modalità di approccio alla cultura che sempre più avvertiamo inadeguate per essere nell’oggi e, ancor meglio, nel domani.

Mi ha colpito l’originale situazione del simposio dove gli scienziati interagiscono con gli artisti, gli antropologi con i filosofi, il pensare con il fare, lasciando intravedere questa neospecie di postumanisti e postscienziati che, forse, – e, per fortuna, dentro qualche contraddizione – sentono la necessità di abbattere il proprio limite epistemologico.

Gli argomenti in campo sono stati davvero tanti, le riflessioni partono dalle possibilità di estensione attraverso la tecnologia delle nostre facoltà percettive – per diventare “adeguati” a com-prendere l’universo relazionale – dal batterio al corpo e dal corpo al cosmo – fino alla dibattuta questione dell’antropocentrismo, con tutte le sue implicazioni, non escluso l’etimo stesso della parola, e la forse sorpassata concezione di “centro”.

Ha aperto il convegno Louis Bec, che ha posto l’accento sulla trandisciplinarietà messa in luce da MutaMorphosis, dove l’associazione di aspetti scientifico-teconologici alle ricerche artistiche apre le più avanzate possibilità di sfida per il futuro. Occorre riattualizzare e riconsiderare le griglie di lettura di un mondo incerto, per meglio adattarle alle mutazioni annunciate. Bec espone un interessante riferimento alle metamorfosi del praghese Kafka e del suo messaggio che si rivela oggi così attuale.

Altri interventi importantissimi sono stati quello di Hervé Fischer, che indaga sul concetto di limite, di estremità, portando una carrellata nella storia dell’arte e dell’immaginario collettivo dove trova moltissimi riferimenti alla vita artificiale, di cui sostiene abbiamo ancora una visione arcaica. Il futuro è ancora da scrivere, è ciò che non si sa, e noi abbiamo la responsabilità piena di questo processo evolutivo. La teconoscienza come nuova utopia.

Entusiasmante l’astrofisico Roger Malina che ci racconta che il 97% dell’energia dell’universo è sconosciuta. I nostri sensi allo stato attuale non sono in grado di indagare la dark energy e servono nuovo approcci cognitivisti e sensoriali per avventurarsi nel viaggio immersivo che potrebbe fornirci un approccio del tutto nuovo attraverso la mutazione della consapevolezza.

Altro straordinario relatore è stato Roy Ascott, che ha posto l’accento sulla necessità di un’ecologia mentale oltre che ambientale. Anch’egli ha parlato di espansione dei livelli di coscienza come necessità dell’uomo presente-futuro.

Mi accorgo che avrei mille altre cose da raccontare e che forse mi sono dilungata anche troppo. E’ necessario che torni nel mio presente, con nessuna voglia di decelerare e molta voglia di ripartire per nuovi viaggi nel domani.