Alla fine, l’arte / In the end, art

italiano [English below]

 

Dopo avere fatto passare un po’ di tempo, anche per rifletterci sopra, ritorno ad Ars Electronica lasciando alla fine quello che mi ha emozionato di più, con un valore diverso. Non tutti i lavori di cui dirò erano esposti nella stessa sede e nella stessa mostra, se si eccettua una zona nei sotterranei di PostCity, e il mio piccolo viaggio non ha alcuna pretesa di esaustività dato che non ho visto tutto. Dunque questo va piuttosto considerato come un resoconto del frequentatore appassionato di un vasto evento culturale.

 

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Se nella sede di PostCity, nel piano d’ingresso e in quelli superiori, tutto pulsava di luci, suoni e brulicava di attività, qualche piano più in basso, sotto il livello dell’entrata, l’atmosfera era completamente diversa. Si era immersi nell’oscurità e nel silenzio, si entrava in una dimensione quasi sacrale dove ampi spazi nudi erano arredati solo con le opere. In queste grandi sale e nei lunghi corridoi erano collocati alcuni dei lavori più intriganti, che sono riusciti ad andare oltre la superficie patinata e inflazionata del “digitale”, del “multimediale”, del “design”, aprendosi a nuovi territori. Li ho sentiti più vicino alla vocazione originaria di Ars Electronica, quella di situarsi allo snodo tra arte e scienza.

 

Nelo Akamatsu, Chozumaki
Nelo Akamatsu, Chozumaki

 

Il giapponese Nelo Akamatsu crea i vortici di Chozumaki, ampolle di vetro dalle forme convolute piene d’acqua, all’interno delle quali vengono creati dei vortici, che sono sempre diversi. Con la loro struttura frattale testimoniano della complessità della natura, dato che i vortici costituiscono un comportamento comune della materia nell’universo, dalle galassie allo spin degli elettroni. I vortici di Chozumaki producono suoni che vengono acusticamente amplificati dalla forma dal condotto di vetro.

 

Eric Dyer. Interface
Eric Dyer, Interface

 

Eric Dyer. Interface
Eric Dyer, Interface

 

Lo statunitense Eric Dyer realizza invece un dispositivo elettromeccanico che riecheggia l’arte cinetica e programmata degli anni ‘60. Interface investiga i confini tra due sistemi interagenti, le cui differenze creano un comportamento emergente nel quale i fili di un tessuto dinamico e immaginario sono continuamente messi in tensione e in movimento.

 

Thom Kubli, Black Hole Horizon
Thom Kubli, Black Hole Horizon

 

Thom Kubli, Black Hole Horizon
Thom Kubli, Black Hole Horizon

 

Black Hole Horizon è invece un’installazione del tedesco Thom Kubli, costituita da tre trombe acustiche di dimensioni diverse, che trasforma i suoni, simili a quelli delle antiche corni delle navi, diversi a seconda della dimensione della tromba, in oggetti tridimensionali, in bolle di sapone di forma, dimensione e traiettoria sempre diverse. Sculture effimere, che durano solo qualche secondo e poi si disgregano nell’ambiente. Ma Black Hole Horizon può anche essere considerato un generatore di universi: una metafora della Teoria dell’universo a bolle, la teoria del multiverso più accreditata, proposta negli anni ’80 del ‘900,  che postula l’esistenza di universi coesistenti al di fuori del nostro spaziotempo, delle dimensioni parallele.

 

Gina Czarnecki, John Hunt, Heirloom
Gina Czarnecki, John Hunt, Heirloom

 

Gina Czarnecki, John Hunt, Heirloom
Gina Czarnecki, John Hunt, Heirloom

 

Heirloom, della britannica Gina Czarnecki, crea, insieme a John Hunt, dei ritratti viventi delle due figlie dell’artista utilizzando cellule raccolte dalle loro bocche e fatte crescere fino allo spessore di un foglio di carta su un supporto a forma di volti umani dentro un sistema che le alimenta. Questi ritratti, realizzati mediante tecniche “fai da te”, vengono presentati come ritratti tridimensionali scientificamente accurati, una sorta di cimeli di famiglia, e sono anche interessanti dal punto di vista medico per le procedure che utilizzano.

 

Dean Verzel, Anatomy of Frozen Genesis
Dean Verzel, Anatomy of Frozen Genesis

 

Dean Verzel, Anatomy of Frozen Genesis
Dean Verzel, Anatomy of Frozen Genesis

 

Anatomy of Frozen Genesis, dello sloveno Dean Verzel, è il risultato di un progetto realizzato in collaborazione con l’Istituto di Anatomia della facoltà di Medicina dell’Università di Lubiana. Consiste in una serie di fotografie di due braccia umane amputate, dentro un blocco di ghiaccio, poste nella stessa posa del celebre contatto tra umano e divino dell’affresco di Michelangelo della Cappella Sistina. Una reinterpretazione agli antipodi rispetto al gesto vitale dell’affresco di Michelangelo.

 

Navid Navab, Michael Montanaro, Aquaphoneia
Navid Navab, Michael Montanaro, Aquaphoneia

 

Navid Navab, Michael Montanaro, Aquaphoneia
Navid Navab, Michael Montanaro, Aquaphoneia

 

Aquaphoneia, dei canadesi Navid Navab e Michael Montanaro, è un’installazione che studia le relazioni tra suoni e acqua, presentando delle macchine dall’aria alchemica e arcaica. Una di queste assomiglia a un antico sistema di registrazione sonora, ma, a differenza di quello, qui l’energia della voce genera onde di pressione sull’acqua che attraversa e poi si libera di nuovo nell’aria. L’energia sonora, disincarnata, attraversa l’orizzonte degli eventi della tromba acustica del dispositivo per liberarsi nell’ambiente.

 

Michel Kluger, Sebastian Wolf, Brume
Michel Kluger, Sebastian Wolf, Brume

 

Con Brume, invece, lo statunitense Michel Kluger e il tedesco Sebastian Wolf presentano un’installazione che mediante un sistema di ultrasuoni genera un denso e leggero strato di nebbia sulla piccola superficie di una scultura. La diffrazione della luce produce una figura d’interferenza che consente di percepire l’insieme di goccioline di vapore acqueo: uno scenario fluido e ondulante, che può essere soffiata via e disperso.

 

aurelia
Robertina Šebianič, Slavco Glamočanin, Aurelia 1+Hz / proto viva sonification

 

 

Aurelia 1+Hz / proto viva sonification è invece un’installazione-performance degli sloveni Robertina Šebianič (performer) e Slavco Glamočanin (consulenza e programmazione) che esplora l’affascinante territorio della comunicazione interspecie, la sonorizzazione ambientale e la bioacustica. Il suono generato dalla medusa Aurelia aurita nell’installazione e quello preregistrato nel mare sono mixati e proposti in un ambiente immersivo. Le meduse esistono da 500 milioni di anni e il loro numero cresce rapidamente a causa dei cambiamenti ambientali, ci sono numerose specie alcune delle quali sono immortali. Si tratta dunque di organismi che sembrano adattarsi perfettamente all’ambiente antropizzato, sfuggendo a quella che viene chiamata la sesta estinzione di massa, conseguenza delle attività umane. Tuttavia non sappiamo come le meduse comunicano, e questa ricerca sulla comunicazione interspecie può essere un modo di riscoprire e approfondire le relazioni tra le forme viventi.

 

 

Robertina Šebjanič, Ida Hiršenfelder e Aleš Hieng – Zergon, Time Displacement – Chemobrionic Garden
Robertina Šebjanič, Ida Hiršenfelder e Aleš Hieng – Zergon, Time Displacement – Chemobrionic Garden

 

Accanto a questo lavoro diverse installazioni, che compongono Time Displacement – Chemobrionic Garden (di Robertina Šebjanič, Ida Hiršenfelder e Aleš Hieng – Zergon), esplorano la relazione tra la chimica idrotermale, il trascorrere del tempo, e l’evoluzione del suono. Diversi piccoli “giardini chimici” immersi in una soluzione liquida presentano un’interpretazione dell’origine della vita e dei processi chimici che ne sono alla base. Le reazioni chimiche, monitorate da telecamere per rilevare cambiamenti di colore e di forma, influenzano la generazione del suono dal vivo. Il background teorico di questo progetto prende spunto da un paper di un gruppo di scienziati, intitolato “From chemical gardens to chemobrionics”, sulla ricerca dei principi di auto-assemblaggio delle strutture all’origine della vita sulla Terra.

 

 

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Ori Elisar, The Living Language

 

The Living Language, dell’israeliano Ori Elisar, è un progetto di bio-design sospeso tra natura e cultura. L’inchiostro biologico, prodotto dal batterio Paenibacillus vortex, viene utilizzato per mostrare come gli antichi caratteri ebraici si sono trasformati in quelli moderni, in una sorta di evoluzione che mette insieme design e biologia, sospesa tra il controllo del comportamento di organismi viventi e il corso naturale della dimensione biologica.

 

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Tomonaga Tokuyama, f2()

 

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Tomonaga Tokuyama, f2()

 

Tomonaga Tokuyama, f2()
Tomonaga Tokuyama, f2()

 

Ospitata in un lungo corridoio, l’installazione f2() del giapponese Tomonaga Tokuyama, unifica la percezione visiva e acustica. Dei lunghi tubi neon dividono lo spazio verticale dal pavimento al soffitto, dei neon audio-reattivi che visualizzano l’universo sonoro che attraversa quello spazio, un lungo corridoio sotterraneo.

 

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La conferenza di Jasia Reichardt, vincitrice nella categoria “Visionary Pioneers of Media Art”

 

Prima di archiviare l’edizione 2016 di Ars Electronica voglio spendere qualche parola sul Prix, i cui vincitori erano ospitati nell’OK Center. Purtroppo anche quest’anno, come già in quello passato, il catalogo non comprendeva il DVD con i lavori premiati. Per ogni categoria – “Computer Animation/Film/VFX”, “Interactive Art”, “Digital Communities” e “u19-Create Your World” – ci sono 15 premi: l’opera vincitrice, la seconda, la terza e le 12 menzioni onorarie. A questi si aggiunge il premio della categoria “Visionary Pioneers of Media Art” e quest’anno lo  “STARTS Prize”, un’iniziativa della Commissione Europea sull’innovazione nella tecnologia, nell’industria e nella società stimolata dalle arti, di cui ho scritto in un intervento precedente. La mancanza del DVD costringeva a guardarsi le opere durante Ars Electronica, nelle apposite proiezioni e sezioni dedicate, trascurando altri eventi. Oppure bisognava cercarle sul Web, anche se alcune, in particolare quelle di computer animation, online presentano solo dei brevi trailer.

 

Non ho visto le proiezioni delle opere premiate di computer animation, quindi non ne parlerò. Per quanto riguarda le altre categorie voglio soffermarmi sull’arte interattiva. Ars Electronica ha ufficialmente inaugurato a livello mondiale nel 1989 questa categoria, che a mio giudizio ha costituito una parte importante, spesso la più interessante, del Prix. Quest’anno le scelte operate mi sono sembrate poco convincenti, nel merito e persino nella tipologia, compiute all’insegna di un politically engaged di maniera. Anche leggendo i giudizi della giuria fatico a capire le qualità dell’installazione che ha vinto, Can you hear me? degli svizzeri Christoph Wachter e Mathias Jud, realizzata per distribuire una connessione wifi – peraltro non funzionante quando sono stato in loco – per sfuggire alla sorveglianza e allo spionaggio. Non mi ha convinto neppure la seconda classificata, Open Surgery dell’olandese Frank Kolkman, un improbabile sistema robotico per praticare una chirurgia low cost fai-da-te pilotabile con un joypad Playstation. E neppure la terza, Parasitic/Symbiotic della tedesca Ann Katrin Krenz, un sistema robotico che incide in maniera invasiva dei codici sulla corteccia degli alberi. Certo spesso le classificazioni sono limitative, tuttavia è incomprensibile come un lavoro, peraltro molto interessante, come All Things Fall del britannico Matt Collishow, una sorta di straordinario zootropio costituito di piccole sculture tridimensionali, sia potuto rientrare nella categoria delle arti interattive, dato che non contiene nulla di interattivo o che il fruitore possa modificare.

 

 

Rispetto al passato sembra che Ars Electronica abbia rafforzato la collaborazione con l’Unione Europea. Tra le iniziative di rilievo, lo European Digital Art and Science Network, progetto transdisciplinare lanciato nel 2014 cofinanziato dal Creative European Programme della UE, che con varie residenze artistiche coinvolge l’Ars Electronica Futurelab, l’ESA (European Space Agency), il CERN, l’ESO (European Southern Observatory) e sette partner culturali europei: il LABoral (Spagna), il Center for the Promotion of Science (Serbia), la Zaragoza City of Knowledge Foundation (Spagna), la Kapelica Gallery (Slovenia), la Science Gallery (Irlanda), la DOG Gallery (Slovacchia) e la GV Art (Gran Bretagna). Questo network si propone di collegare scienza e arte sotto l’egida del digitale e dello scambio interculturale, con il ruolo dell’arte come catalizzatore di rinnovamento sociale. Le narrazioni degli artisti sui potenziali rischi e vantaggi dello sviluppo scientifico e tecnologico possono esercitare un’influenza importante sulle relazioni delle società con queste innovazioni.

 

Louis-Philippe Demers, Bill Vorn, Inferno
Louis-Philippe Demers, Bill Vorn, Inferno

 

Tra i progetti di respiro europeo c’è FEAT (Future Emerging Art and Technology), finanziato dal programma EU Future and Emerging Technology (FET), progetto di ricerca multidisciplinare che cerca di costruire sinergie tra scienze fisiche, informatica, scienze ambientali e sociali. I progetti sono stati selezionati in base al loro potenziale sull’economia e sulla società, per cercare di convertire la ricerca artistica e scientifica europea in sistemi e applicazioni industriali. Sei artisti e altrettanti centri di ricerca sono stati selezionati per delle residenze collaborative:

– Anna Dumitriu (UK) and MRG-Grammar – new strategies for deciphering gene regulation

– Ruth Jarman & Joe Gerhardt (Semiconductor, UK) and QuProCS – quantum simulations and quantum computing

– Evelina Domnitch & Dmitry Gelfand (Belarus/Russia) and  RySQ – developing quantum simulators with Rydberg atoms

– Pinar Yoldas (USA/TR) and DIACAT – novel ways of catalytic CO2 conversion

– Špela Petrič & MihaTuršič (Slovenia) and INTERTWINE & Mango – future high power Exascale computing systems

– Vicky Isley & Paul Smith (boredomeresearch, UK) and subCULTron – underwater, self-learning swarm robotics

 

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Alla fine la mia impressione è che Ars Electronica si avvii a diventare, e forse in parte lo è già, un pachiderma che deve tener conto di innumerevoli istanze disperdendosi in mille rivoli, costretto per esistere a mediare con poteri politici, economici, sociali. In questo suo farsi “di massa” anche il target è inevitabilmente cambiato, diventando più locale, austria-centrico. Ars Electronica è ormai un festival popolare, con tanto di turisti e di concomitante sagra locale: come recita entusiasticamente il comunicato stampa, quest’anno ha raggiunto il record di 85 mila presenze in cinque giorni. Come ho già scritto, probabilmente Ars Electronica resta l’evento più importante del mondo per quanto riguarda la contemporaneità scientifica e tecnologica declinata nella creatività, nell’arte, nella comunicazione, anche se negli ultimi anni si è fortemente indebolita quella dimensione teorica di confronto che ha costituito a lungo l’anima del festival. Premi, partecipazioni, collaborazioni, progetti, opere spesso presenti in più ambiti e sezioni, commistioni tra arte, design, industria, ambiente, alimentazione… hanno finito col rendere dispersivo il festival. E persino i cataloghi spesso non aiutano a capire.

 

Ars Electronica 2016 team
Ars Electronica 2016 n-blog/Noema team

 

 

 

English

 

After some time, also used for reflecting, I’m back to Ars Electronica leaving at the end what excited me more, with a different value. Not all the works I will mention were exhibited in the same location and in the same show, except for an area in the basement of PostCity, and my little trip does not claim to be exhaustive since I have not seen everything. So this must be regarded instead as the journey of a passionate frequenter of a vast cultural event.

 

post_city_dark_corridor

 

If in PostCity headquarters, in the entrance floor and the top ones, all was pulsing with lights, sounds and swarming with activity, some lower level, below the entry floor, the atmosphere was completely different. You were immersed in darkness and silence, and you entered into an almost sacred dimension where large bare spaces were furnished only with the artworks. In these large halls and long corridors there were some of the most intriguing artworks, which left apart the glossy and overdone surface of the “digital”, the “multimedia”, the “design”, opening up to new territories. I felt this artworks closer to the original vocation of Ars Electronica, that of being a node between art and science.

 

Nelo Akamatsu, Chozumaki
Nelo Akamatsu, Chozumaki

 

The Japanese artist Nelo Akamatsu creates the vortices of Chozumaki, glass ampoules with convolute forms filled with water where ever-changing vortices are created. With their fractal structure they testify about nature’s complexity, since vortices represent a common behavior of matter in the universe, from galaxies to the electrons’s spin. The vortices of Chozumaki generate sounds that are acoustically amplified by the shape of the glass duct.

 

Eric Dyer. Interface
Eric Dyer, Interface

 

Eric Dyer. Interface
Eric Dyer, Interface

 

 

The US artist Eric Dyer instead creates an electromechanical device that echoes the kinetic and programmed art of the  ‘60s. Interface investigates the boundaries between two interacting systems, whose differences create an emergent behavior where the wires of a dynamic and imaginary fabric are constantly put under tension and moving.

 

Thom Kubli, Black Hole Horizon
Thom Kubli, Black Hole Horizon

 

Thom Kubli, Black Hole Horizon
Thom Kubli, Black Hole Horizon

 

Black Hole Horizon is an installation of the German artist Thom Kubli, made by three horns of different sizes, that transforms sounds, similar to those of ancient horns of vessels and depending on the size of the trumpet, into three-dimensional objects, in soap bubbles with a form, size and trajectory that are ever-changing. Like ephemeral sculptures, they last just a few seconds and then break up in the environment. But Black Hole Horizon can be also a generator of universes: a metaphor of the bubble universe theory, the most accepted theory of the multiverse, proposed in the 80s of the ‘900, which postulates the existence of coexisting universes, like parallel dimensions, outside of our spacetime.

 

Gina Czarnecki, John Hunt, Heirloom
Gina Czarnecki, John Hunt, Heirloom

 

Gina Czarnecki, John Hunt, Heirloom
Gina Czarnecki, John Hunt, Heirloom

 

Heirloom, of the British artist Gina Czarnecki, creates with John Hunt, the living portraits of her two daughters using cells harvested from their mouths. These cells are grown up to the thickness of a sheet of paper on a human face shaped support in a system that feeds them. These portraits, made by “do it yourself” techniques, are presented as scientifically accurate three-dimensional portraits, some sort of family heirlooms, and they are also interesting from a medical point of view for the procedures they use.

 

Dean Verzel, Anatomy of Frozen Genesis
Dean Verzel, Anatomy of Frozen Genesis

 

Dean Verzel, Anatomy of Frozen Genesis
Dean Verzel, Anatomy of Frozen Genesis

 

Anatomy of Frozen Genesis, of the Slovenian artist Dean Verzel, is the result of a project carried out in collaboration with the Institute of Anatomy of the Faculty of Medicine, University of Ljubljana. It consists of a series of photographs of two amputated human arms inside a block of ice, placed in the same pose of the famous contact between human and divine in the Sistine Chapel fresco by Michelangelo. A reinterpretation which is at the antipodes of the vital gesture in Michelangelo’s fresco.

 

Navid Navab, Michael Montanaro, Aquaphoneia
Navid Navab, Michael Montanaro, Aquaphoneia

 

Navid Navab, Michael Montanaro, Aquaphoneia
Navid Navab, Michael Montanaro, Aquaphoneia

 

Aquaphoneia, by Canadians artists Navid Navab and Michael Montanaro, is an installation which studies the relationships between sounds and water, presenting some alchemical-looking archaic machines. One of these machines recalls an old sound recording system, but, in contrast to that, here the voice energy generates pressure waves on the water which it passes through, and then it is released back into the air. The sound energy, disembodied, crosses the event horizon of the horn device to diffuse in environment.

 

Michel Kluger, Sebastian Wolf, Brume
Michel Kluger, Sebastian Wolf, Brume

 

Brume, by the artists Michel Kluger (US) and Sebastian Wolf (DE) is an installation that by means of an ultrasonic system generates a dense and light fog layer on the small surface of a sculpture. The diffraction of light produces an interference pattern that allows to perceive the set of water vapor small droplets: a fluid and fluctuating scenery, which can be blown off and dispersed.

 

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Robertina Šebianič, Slavco Glamočanin, Aurelia 1+Hz / proto viva sonification

 

 

Aurelia + 1 Hz / proto viva sonification is an installation-performance of Slovenian artists Robertina Šebianič (performer) and Slavco Glamočanin (consulting, programming), which explores the fascinating territory of interspecies communication, environmental sound and bio-acoustics. The sounds, generated by the jellyfish Aurelia aurita in the installation and prerecorded in the sea, are mixed and presented in an immersive environment. Jellyfishes have been existing for 500 million years and their number is rapidly growing as a result of environmental changes, there are many species and some of them are immortal. Therefore they are organisms that seem to fit well into the anthropized environment, escaping from what it is called the sixth mass extinction, a consequence of human activities. However we do not know how jellyfishes communicate, and this research on interspecies communication could be interesting to rediscover and deepen the relations among the living forms.

 

 

Robertina Šebjanič, Ida Hiršenfelder e Aleš Hieng – Zergon, Time Displacement – Chemobrionic Garden
Robertina Šebjanič, Ida Hiršenfelder e Aleš Hieng – Zergon, Time Displacement – Chemobrionic Garden

 

Alongside this artwork, many installations, composing Time Displacement – Chemobrionic Garden (by Robertina Šebjanič, Ida Hiršenfelder and Aleš Hieng – Zergon), explore the relationship among the hydrothermal chemistry, the passage of time and the evolution of sound. Several small “chemical gardens” immersed in a liquid solution present an interpretation of the origin of life and of the chemical processes on which it is founded. The chemical reactions, monitored by cameras to detect changes in color and shape, affect the generation of the live sound. The theoretical background of this project is inspired by a paper of a group of scientists, entitled “From chemical gardens to chemobrionics”, on the research for the principles of self-assembly of the structures which are at the origin of life on Earth.

 

 

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Ori Elisar, The Living Language

 

The Living Language, by Israeli artist Ori Elisar, is a project of bio-design between nature and culture. The bio-ink, produced by the bacterium Paenibacillus vortex, is used to show how the ancient Hebrew characters have transformed into modern ones, in a sort of evolution that unifies design and biology, suspended between the control of the behavior of living organisms and the natural course of the biological dimension.

 

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Tomonaga Tokuyama, f2()

 

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Tomonaga Tokuyama, f2()

 

Tomonaga Tokuyama, f2()
Tomonaga Tokuyama, f2()

 

Housed in a long corridor, the f2() installation by the Japanese artist Tomonaga Tokuyama unifies visual and acoustic perception. Long neon tubes divide the vertical space from floor to ceiling, audio-reactive neon tubes visualise the sound universe that runs through that space, a long underground corridor.

 

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The keynote of Jasia Reichardt, winner in the “Visionary Pioneers of Media Art” category

 

Before archiving the 2016 edition of Ars Electronica just a few words about the Prix, the winners of which were housed in the OK Center. Unfortunately also this year, as in the past, the catalog did not include the DVD containing the winning artworks. For every category – “Computer Animation/Film/VFX”, “Interactive Art”, “Digital Communities” and “u19-Create Your World” – there are 15 prizes: the winning work, the second and third ones, and 12 honorary mentions. Then there is the prize for the “Visionary Pioneers of Media Art” category, and this year the new “STARTS Prize”, an initiative of the European Commission on innovation in Technology, Industry and Society stimulated by the Arts, which I mentioned in a previous article. The lack of DVD forced to watch the artworks during Ars Electronica, in the special screenings and dedicated sections, disregarding other events. Or you had to look for them on the Web, although some, especially the computer animation artworks, online provide only short trailers.

 

I have not seen the projections of the prizewinner computer animation artworks, so I will not go through them. As to the other categories, I want to focus on the interactive arts. Ars Electronica has officially opened worldwide this category in 1989, which in my opinion has represented an important, and often the most interesting section, of the Prix. This year the selection appeared as unconvincing to me, in the merits and even in the typology of the chosen artworks. It carried the banner of a “politically engaged” mannerism. Even reading the opinions of the jury I struggle to understand the quality of the winning installation, Can you hear me? by Swiss artists Christoph Wachter and Mathias Jud, designed to deliver a wifi – not working when I was on the spot – to escape surveillance and espionage. I am not also convinced of the second prize tributed to Open Surgery, by the Dutch artist Frank Kolkman, an improbable robotic system to practice a low cost do-it-yourself surgery managed through a Playstation joypad. And even of the third prize, Parasitic/Symbiotic, by German artist Ann Katrin Krenz, a robotic system that invasively engraves codes on tree trunks. Though classifications are often restrictive, it is incomprehensible how an artwork, indeed very interesting, like All Things Fall of British artist Matt Collishow – some kind of a zoetrope made of small three-dimensional sculptures – could have been included in the interactive arts category, since it contains nothing interactive or that the user can modify.

 

 

Compared to the past it seems that Ars Electronica has strengthened the cooperation with the European Union. Among the important initiatives, the European Digital Art and Science Network, an interdisciplinary project launched in 2014 co-financed by the EU European Creative Programme, which involves with various residencies institutions like Ars Electronica Futurelab, ESA (European Space Agency), CERN, ESO (European Southern Observatory) and seven European cultural partners: LABoral (Spain), Center for the Promotion of Science (Serbia), Zaragoza City of Knowledge Foundation (Spain), Kapelica Gallery (Slovenia), Science Gallery (Ireland), DOG Gallery (Slovakia) and GV Art (Great Britain). This network aims at connecting science and art under the aegis of the digital and intercultural exchange, with the role of art as a catalyst of social renewal. The narratives of the artists on the potential risks and benefits of scientific and technological development can exert an important influence on the relationships of the societies with these innovations.

 

Louis-Philippe Demers, Bill Vorn, Inferno
Louis-Philippe Demers, Bill Vorn, Inferno

 

Among the European projects there is FEAT (Future Emerging Art and Technology), funded by the EU program Future and Emerging Technology (FET), a multidisciplinary research project that seeks to build synergies among physics, computer, environmental and social sciences. The projects have been selected according to their potential on economy and society, trying to convert the European artistic and scientific research into industrial systems and applications. Six artists and as many research centers have been selected for the collaborative residences:

– Anna Dumitriu (UK) and MRG-Grammar – new strategies for deciphering gene regulation

– Ruth Jarman & Joe Gerhardt (Semiconductor, UK) and QuProCS – quantum simulations and quantum computing

– Evelina Domnitch & Dmitry Gelfand (Belarus/Russia) and  RySQ – developing quantum simulators with Rydberg atoms

– Pinar Yoldas (USA/TR) and DIACAT – novel ways of catalytic CO2 conversion

– Špela Petrič & MihaTuršič (Slovenia) and INTERTWINE & Mango – future high power Exascale computing systems

– Vicky Isley & Paul Smith (boredomeresearch, UK) and subCULTron – underwater, self-learning swarm robotics

 

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Eventually my impression is that Ars Electronica is going to become, and perhaps in part it already is, a pachyderm which must take into account innumerable instances, dispersing in a multiplicity of streams, forced to mediate with political, economic and social powers in order to exist. In transforming into a mass event also the target is inevitably changing, becoming more local, austria-centric. Ars Electronica is going to be a popular festival, with lots of tourists and a concomitant local fair: as it is enthusiastically written in the press release, this year it reached 85,000 record attendance in five days. As I wrote, Ars Electronica is probably the most important event worldwide on scientific and technological modernity projected into creativity, art, communication, although in recent years the theoretical dimension, which has long represented the festival soul, has greatly weakened. Prizes, investments, collaborations, projects, artworks present in different areas and sections, hybridisation among art, design, industry, environment, food … they make the festival dispersive. And even the catalogs do not often help in understanding.

 

Ars Electronica 2016 team
Ars Electronica 2016 n-blog/Noema team

 

2 Comments

  1. Pingback: Ars Electronica, come eravamo / Ars Electronica, how we were | Pier Luigi Capucci

  2. Pingback: FiveWordsForTheFuture » Beyond a shadow of a doubt: Heirloom / AE 16

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